mercoledì 6 maggio 2020

Microracconto di una quarantena col neo

Restate a casa. Lavorate in smart working. Si, certo, molto work e poco smart. Usate l'amuchina per disinfettarvi, la mascherina fatta in casa con la carta forno e i guanti usa e getta, non per strada possibilmente. Leggete, guardate una serie tv, videochiamatevi, skypatevi e partecipate alle feste di compleanno su zoom che sono una figata, se vi piace la realtà virtuale. Seguite tutte le indicazioni, soprattutto quelle del governatore della regione Campania, che si sta assicurando le prossime elezioni a suon di lanciafiamme e anatemi contro i portaseccia e i cinghialoni. Ah, anche contro la setta del godimento perpetuo. Inutile cercarla, non esiste. Altrimenti saremmo già tutti arruolati.  Stampatevi l'autocertificazione (quale: la uno, la due o la treeee?), non potete fare jogging, non potete fare la spesa in due per famiglia, state almeno a un metro di distanza, cantate fuori dai balconi canzoni di merda che ci sentiamo tutti più vicini. Magari, qualche volte scegliete una canzone decente e m'affaccio pure io. Ah, no io non ho il balcone. Ma va bene anche la finestra. Si, ma poi entrano le zanzare che a quelle manco il coronavirus le ammazza. E poi il sabato la pizza. M'arraccumanno. Alle 18 escono i dati, alle 23:20 c'è la diretta del Premier, chiamatemi solo quando Conte dirà che la luce ha vinto sulle tenebre, alle 16 il webinar, alle 2 la creatura ancora non dorme, vabbè tanto domani non ho la sveglia che suona, eh ma prima o poi suonerà e come faremo? Non ci fasciamo la testa, già è difficile così!

Il tema appena svolto era: riassumete in un flusso di pensieri gli ultimi due mesi trascorsi in casa.




Io,  il mio lockdown lo vivo con il mio compagno e la creatura che ha appena compiuto dieci mesi. Una creatura che ha deciso in questi ultimi due mesi di esplorare ogni angolo della casa. Retro di divani che nascondono di tutto, infatti grazie a lei abbiamo ritrovato "cose che voi umani", da mensole di librerie che sono diventate presto pareti da scalare che manco Messner, granelli di polvere impercettibili che su un pavimento bianco per lei diventano appetitosi bocconcini da assaporare. Negli ultimi due mesi la creatura ha deciso di mettersi in piedi.  Non cammina, chiariamo, non voglio essere una di quelle mamme che dicono che i loro figli hanno fatto tutto prima degli altri! Certo, la creatura ha imparato a salutare, ad applaudire, le pernacchie li fa da quando ha 4 mesi e dice "Bau" se sente la parola cane, ma dubito che per ora le daranno il Nobel. Per ora, ho detto.  In tutti i casi, cerca di mangiare di tutto, piange quando ha sonno, ma se la metti nella culla piange perché vuole alzarsi, lascia sempre l'ultimo cucchiaino di pastina e appena ti avvicini al fasciatoio diventa Raffaella Carrà in "Com'è bello far l'amore da Trieste in giù" . Che poi quando la imitiamo lei ride un sacco.  Insomma, è una bimba normale. Siamo noi a non essere più normali. Perché? Provate voi a lavorare in videochiamate continue inseguendo  non una libellula in un prato, magari, ma un diavoletto della Tasmania che aggrappandosi a cose improbabili e altamente instabili, come plaid che penzolano dal divano  o strofinacci appesi ad una sedia, si muove con disinvoltura tra mille e mille pericoli mortali per lei e, a volte, anche per noi con tutti i microinfarti che ci stiamo prendendo.

Lei resta impassibile. Ci guarda felice, sorride. A noi passa tutto quando lei sorride. Ma non abbiamo il tempo di godercela perché lei è già in direzione scopa e paletta mentre aspira tutto ciò che si ritrova lungo il tragitto.

Insomma, sia chiaro, nulla che per fortuna un buon guinzaglio non possa fermare!

p.s. si avvisano i lettori che durante la quarantena nessuna bambina col neo è stata maltrattata. Per ora.


mercoledì 26 febbraio 2020

Il miracolo dell'oro giallo

Due mesi. Non due ore,  due giorni o due settimane. Ma, due mesi.
De mesi e due impegnative del pediatra per riuscire a prendere le urine della creatura. 
La prima volta l'ho visto fare in ospedale. "Signora, fatela mangiare che così subito dopo le mettiamo la bustina e raccogliamo la pipì". E così avvenne esattamente. Io le diedi il latte, poi bustina e pipì raccolta. Facile, no?!

Si, certo. 

Ora, non so quante e quanti di voi abbiano avuto quest'esperienza, e non so voi come l'abbiate vissuta, ma per noi è stata prima un'attesa, poi uno stress, poi è arrivata la disperazione, poi la speranza e, infine, il giubilo tendente al miracolo, manco fosse la liquefazione del sangue di San Gennaro. 

Ho cominciato con spavalderia. Facile: lei mangia, io metto bustina, lei fa pipì e io la porto ad analizzare. 
Chiaramente, molto presto la catena si è leggermente modificata. E allora: lei mangia, io metto bustina, attendo venti minuti in cui lei mi guarda sorniona, passano altri venti minuti in cui lei sbadiglia, si gira sul fianco per dormire, comincia ad agitarsi e mi guarda quasi incazzata, non può tenere la bustina in eterno e quindi gliela tolgo. A quel punto la fa. La cazzimma l'ha presa dal papà. 
E allora via col secondo tentativo il giorno dopo. Lei mangia, io metto bustina, attendo venti minuti guardando in rete cosa bisogna fare e allora via col massaggino dietro la schiena, il solletico sotto i piedi, l'acqua sul pancino, le faccio bere un po' d'acqua, faccio "pssspssspss" e apro la fontana con il risultato che la pipì la faccio io, ovviamente. Lei ride. Mi guarda e ride e poi si addormenta. 



Al quarto tentativo passo dallo stress alla disperazione, mentre al quinto diventa quasi una barzelletta. Al sesto tentativo la barzelletta divento io perché in preda ad una crisi mistica sogno di vedere abbastanza pipì nella bustina  e corro in laboratorio. Erano due gocce, ma veramente due gocce. Non sto scherzando. Il tizio alla reception mi ha guardato e ha detto: "E che è? L'acqua 'e Lourdes?". In quel momento sono ritornata in me, ho guardato la bustina e sono scoppiata a ridere. Ma una risata isterica. Fosse stato carnevale gli avrei detto che era uno scherzo, ma eravamo troppo lontani per essere credibile. E allora sono tornata disperata davanti a lui implorandolo di darmi qualche escamotage, qualche dritta, qualche vecchio rimedio della nonna. Niente. Unico consiglio: "Dovete avere pazienza e aspettare".

Ebbene, io ho aspettato. Ho aspettato e alla fine all'ottavo tentativo e alla seconda impegnativa la vedo. E' stata un dono. Il primo vero regalo di mia figlia, consapevole, voluto, a quel punto inaspettato, senza solletico sotto i piedi, senza massaggino lungo la schiena, gratuito e spontaneo. Ed è stato meraviglioso. 

Entro baldanzosa in laboratorio, "We are the Champions" dei Queen suona in sottofondo, la sento limpidamente,  metto l'impegnativa e il pacchetto con l'oro giallo sul bancone. Fiera. Sorridente. Manco fosse amuchina ai tempi del coronavirus. L'impiegato mi guarda, è chiaro che vuole sapere alla fine come abbia fatto, con quale metodo astruso, ma decido di tenere per me l'inesistente segreto, con un alone di mistero che da mamma col neo mi fa sentire per qualche secondo una mamma superfiga. Poi ricordo a me stessa che ero all'ottavo tentativo, due mesi e due impegnative. E torno umile. 
Ma il sorriso è rimasto.


martedì 31 dicembre 2019

"L'anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando. È questa la novità"

Caro amico ti scrivo...cantava così il grande Lucio Dalla, e canto così anche io in quest'ultimo giorno dell'anno che mi ha, ovviamente, cambiato la vita. L'avverbio non è usato a caso perché è ovvio che una mamma, seppur col neo, tiene tatuata sul cuore la data di nascita della propria figlia e questo 2019 mi risuonerà per sempre familiare, nel senso proprio letterale del termine.
Ma non prendiamoci in giro! Non è stato un anno facile. Altrimenti non avrei chiamato così questo blog. E posso dividerlo tranquillamente in due parti, i primi sei mesi e gli ultimi sei. Giugno fa da spartiacque. Un giugno in cui volevo scoppiare, aspettavo questa cosa strana, biblicamente dolorosa ma, a detta di tutti, meravigliosa che era il parto, le doglie, il respiro come nei film, il primo pianto e l'abbraccio con il mio compagno e lei sulla pancia. Invece è stato tutto completamente diverso. Più rocambolesco, più in solitudine, più avvilente, quello che è venuto dopo anche più traumatico. Un luglio da film di Castellitto tratto da un romanzo della Mazzantini.

Il 2019 è cominciato un con un viaggio in relax a Madrid con le persone giuste, nel periodo della gravidanza in cui ti senti un leone. Anche in quel caso ci sono stati i soliti detrattori di chi mi avrebbe voluta ferma sul divano a fare niente perché "Ma sei incinta!".
Appunto, incinta, non malata. A febbraio ho cominciato il mio nuovo lavoro, tornando in un quartiere che amo, che mi ha sempre accolta bene e che mi ha professionalmente cresciuta, il rione Sanità, ai Cristallini, laddove è nato mio padre, a due passi da dov'è nata mia madre, e dove avevo scelto mesi prima di farmi seguire                                                                                          durante la gravidanza.

Tutto tornava. E poiché ho lavorato fino all'ultimo giorno, avrei anche potuto partorirla praticamente lì. Sarebbe stato perfetto, se ci penso! Ad aprile ho fatto un viaggio in auto da sola per andare da mia sorella, con dieci soste pipì, ma portavo fiera la panza avanti nelle file. Una figata che auguro a tutte, e mi dispiace per i maschietti. A maggio, marciavo per il mio quartiere, San Giovanni a Teduccio, contro il degrado, l'abbandono, la camorra che mangiano i nostri territori. Alla fine del percorso ero esausta, ma sentivo di doverlo fare anche per lei. Questa è una frase che non avrei mai detto a maggio, chiariamoci! Non sono qui per scrivere bugie. Ma adesso, con Irene di là che ha ormai sei mesi, che dorme con lo stesso respiro pesante del padre,  con la sua testardaggine nel girarsi pancia sotto, nonostante il pupazzo che le abbiamo messo accanto per impedirglielo, con i  suoi sorrisi appena sveglia dopo "solo" 10 ore di sonno, beh! Almeno questo neo mi è scomparso, e ogni gesto che compio ha lei sullo sfondo come pensiero fisso. Dovrò essere per lei un buon esempio, non solo una madre che cerca di prendersi cura.
Il giorno in cui mi sono ricoverata per cominciare l'induzione al parto, ero sulla spiaggia di San Giovanni a vedere la statua uscire dalle acque, come speravo avrebbe fatto Irene da un momento all'altro. Ho creduto in un rito propiziatorio, invece sono solo morta di caldo.

Poi è arrivato il 27 giugno. un braccialetto rosa al polso e da lì non ci ho capito più granché.

Gli ultimi sei mesi di quest'anno strano, bello ma complicato, sono stati un giro sulle montagne russe.
Emotivamente, fisicamente, psicologicamente. Ospedali, cose nuove da imparare, ho fatto da infermiera, da piccola chimica, da accompagnatrice, da zavorra che piangeva solo, sono stata l'antipatica che non rispondeva ai messaggi e alle telefonate, nervosa, una corda di violino proprio, e lo sono tuttora, sono stata assente per molti, presente per pochi, polemica inutilmente, pessimista, poi cautamente ottimista, poi moderatamente felice, poi impaziente. E mi scuso con tutti. Ho imparato a cambiare pannolini con una mano e stomie con due dita, ho conosciuto medici che sono angeli in terra, ma anche dottoresse stronze che hanno dissacrato una delle mie prime volte con Irene al seno. Che uno s'immagina di farlo nella propria stanza, da sole, col sorriso e cantando una canzoncina, adagiata su un letto comodo o il divano di casa, e invece una mamma col neo lo fa in un reparto di patologia neonatale, con un filo attaccato alla propria bambina per sentirne i battiti e un occhio fisso sul monitor, su una sedia di ferro scomodissima, davanti a tante altre mamme, ognuna coi propri nei, e ai papà, uomini sconosciuti davanti ai quali denudarsi ma con discrezione, cercando di non togliersi il camice obbligatorio, e voi capite quanto è difficile?! E' molto difficile, è difficilissimo. Troppo per una imbranata come me.


E' stata  una seconda parte dell'anno in cui ho pianto molto e in molti modi diversi: di notte, negli orari di visita, in ospedale, a casa, in auto da sola, sotto la doccia, con le amiche di sempre, con mia sorella, sul petto di Roberto mentre lo faceva anche lui cercando di non farsene accorgere, di disperazione, di felicità per un suo sorriso perché lei, invece, sorride molto, pianti contro qualcosa, contro qualcuno, contro me stessa,  anche adesso mentre scrivo. Il primo bagnetto un disastro, il secondo meglio, adesso è una festa da Aquafan di Riccione.


Molte mamme avrebbero scritto dell'anno più bello della loro vita, io invece sono realista e so che qualcosa è stato terribile, per niente meraviglioso, a dirla tutta qualcosa è andata proprio di merda. E so anche che mi aspetta un altro anno bello, ma complicato. Ma lo finisco col sorriso, un po' più mamma di sei mesi fa, un po' più forte, e ancora con gli ormoni in subbuglio. E con più chili che in gravidanza, ma questa è un'altra storia.

Buon 2020 a tutti, ragazzi! E non pensate ai buoni propositi, ai buoni sentimenti e alla pace nel mondo! Pensate a vivere intensamente, tutto.
E restate umani, sempre.

mercoledì 13 novembre 2019

La trasformazione in una rampa di scale

La mia creatura è tranquillissima. Dorme tanto, mangia tutto, ride molto. Sono fortunata. Non ho le occhiaie, riesco a farmi una doccia, uno shampoo, perfino la pipì che per alcune sembra impresa ardua assai. Quando descrivo la mia creatura alle  mamme di creature più grandi mi arriva sempre, e dico sempre, il commento perfido: "Adesso si. Poi devi vedere dopo! Non dirlo ancora che poi te la tiri da sola!"

Vabbè, essere una mamma col neo significa pure dire la verità senza scaramanzia, essere felici per quello che si vive sul momento e non pensare agli esaurimenti futuri. Che per essere una mamma esaurita ci sta tempo.

Esiste però una categoria a parte di mamme, di quelle che i nei non sanno neanche cosa siano mai. E non parlo di mamme viste in tv, nè come protagoniste di serie tv (anzi, ultimamente ho visto Workin' Moms e ve la consiglio se avete partorite e state per tornare a lavoro!) e neanche di Belen Rodriguez, che sembra che al momento del parto si sia clonata: una a casa con il figlio e un'altra già dal giorno dopo a fare la soubrette in abiti attillati e scollati in tv. No, parlo di persone normalissime, che sono intorno a noi, sono nate sul pianeta terra come noi, non sono aliene anche se a guardarle bene potrebbero sembrarlo. Sono quelle che:

a) il mio parto è stato meraviglioso, veloce, pensavo avessi mangiato pesante e invece erano le contrazioni, senza dolore, solo due punti che se non me lo diceva il dottore manco me ne accorgevo, il papà ha fatto la foto/il video/la videochiamata con tutto il mondo/il filmino della comunione e pure dei diciotto anni, dieci minuti dopo mangiavo cozze, vongole e un chilo e mezzo di affettati, il bambino è venuto lui da me con la bocca aperta per venirsi a prendere il tantissimo latte che dieci minuti dopo già sgorgava con una montata lattea che montava senza pietà che rischiavo di affogarlo a quel creaturo;

b) il bambino è nato grande, rosa, con gli occhi aperti, diceva già mammà e papà e si cambiava il pannolino da solo;

c) hanno il cuscino per l'allattamento, il cuscino per dormire, il cuscino per la macchina, il cuscino per cambiare il pannolino, il cuscino per qualsiasi cosa perchè deve stare comoda la creatura e pure la mamma e poi, diciacocelo, è figo assai!

c) durante la gravidanza ho messo 30 chili, marò come mangiavo (non è vero, ma lo devono dire per farti sentire ancora più una merda per il post-partum) e poi con le nottate appresso al bambino (che ci tengono a dire che si sveglia solo per mangiare, senza manco piangere) e la gioia di stargli appresso li ho persi subito tutti e le vedi due settimane dopo già che indossano una 42 con una pancia perfettamente allineata con le ossa dei fianchi e con il seno che è tornato ad una seconda al massimo e non ti spieghi come faccia ad avere tutto quel latte;

d) sono tornate a lavoro due mesi dopo, con tutte le babysitter del mondo a disposizione, col capello sempre fatto dal parrucchiere, perfettamente truccate e vestite, ma con la foto della creatura sul cellulare per ricordarsi che hanno un figlio meraviglioso, altro che dispositivo anti abbandono.

La mamma col neo, invece, ha avuto un destino leggeremente diverso:

a)un travaglio che è durato una settimana, tre stimolazioni e alla fine il cesareo perchè chella capatosta della creatura non voleva incanalarsi e se la rideva mentre la mamma cercava di respirare come le avevano fatto vedere durante il corso pre parto, durante le interminabili contrazioni che sembravano pugnalate e senza neanche la soddisfazione di far vedere al papà la capozzella che usciva, per colpa del cesareo tutto il reparto sapeva che non aveva ancora incanalato e ciò significa digiuno, poi il thè, poi qualcosa di solido dopo una vita mentre sogni ancora gli affettati e le cozze che hai sognato per dieci mesi (perchè sono dieci, non fatevi ingannare!), e sempre per colpa del cesareo il latte viene più tardi perciò "hai voglia a spremmere, 'cca nun se magn' niente!";

b) la creatura è meravigliosa, questo è indubbio, ed è veramente rosa grazie al cesareo, nata tutta intera, ma proprio intera, nel senso che anche laddove avrebbe dovuto avere un buco non l'aveva (questa poi ve la spiego con calma), comunque sta di fatto che nel momento della giornata in cui la mamma perfetta canta la ninna nanna al bimbo che tiene in braccio, la mamma col neo si tira il latte con un mezzo elettrico gioendo per dieci gocce contate che finalmente escono, leggera illusione del momento, perchè la creatura non può ancora prenderla in braccio, rimandando il fatidico momento che tutti nel proprio immaginario di dieci, non nove, mesi vivono quando sono ancora in sala parto, la creatura non si cambia i pannolini da sola, ma non devi farlo così spesso neanche tu e non sono pieni di cacca puzzolente per la questione del buco di cui sopra...tiè! Un punto per me!

c) ti è capitato di darle il latte anche in piedi perchè hai divano e letto pieni di cose che devi togliere da mezzo, tra carrozzini/vestiti da stirare/quadrati da lavare/dondolino/libri/computer ecc ecc;



ma soprattutto

d) ancora ho difficoltà ad organizzarmi con il lavoro, qualcosa da casa, qualcosa fuori ma per poco tempo, qualcosa con lei appresso, qualcosa mentre la porto dal pediatra, qualcosa mentre va a fare la vaccinazione, qualcosa mentre le dò la crema di riso, qualcosa mentre la faccio addormentare, qualcosa mentre cucino. In tutti i casi, nonostante i pochissimi chili presi durante la gravidanza sembrano essere raddoppiati subito dopo e questo fatto proprio non te lo spieghi, provo ad essere ancora una donna, questa volta senza nei, o, meglio, senza peli sul neo e, chiaramente, puntualmente succede che prima di scendere di casa ho il capello stirato, lo smalto impeccabile, la maglia stirata, il sorriso più splendente che abbia mai avuto e poi,  dopo una rampa di scale con in una mano il chicchetto con la creatura che ora pesa quasi sette chili e nell'altra le ruote, la borsa e lo zaino sulle spalle e il telefono che ti sta squillando proprio in quel momento ed è sempre papà che comincia ad andare in ansia se non rispondi, arrivo all'auto che sono un cesso ambulante. Trucco sciolto, capelli del peggior Ozzy Osbourne, tutta stropicciata, pantalone sceso che pare abbia perso dieci chili in una volta salvo poi capire che in realtà si è solo arrotolato proprio perchè c'hai ancora la panza, lo smalto saltato al centro del dito, e la bocca a culo di gallina con la palpebra che ti sbatte per il nervosismo.
Però, una volta messa la creatura in auto, le allacci la cintura, la guardi e le regali di nuovo il sorriso più splendente che abbia mai avuto.

giovedì 22 agosto 2019

Io vengo dalla luna. Ovvero, come sopravvivere al gruppo whatsapp del corso pre-parto

Io non so se qualcuno se n'è accorto, ma non scrivo da un bel po'.
Beh, nel frattempo ho avuto un pochino da fare. Ho  spantecato molto, ma finalmente ho partorito 4kg di polpume, con ben due settimane di ritardo dalla data presunta (poi scriverò un capitolo a parte sul momento in cui ti chiedono la data presunta del parto, su quando tu orgogliosamente e stranamente la sai come quando ti interrogava la prof di storia e ti chiedeva una data precisa e tu inspiegabilmente ti ricordavi proprio quella e ti si allargava un grande "afammocc!" sul viso, ma poi subito dopo ti chiedono "Ma questa è già con la settimana che si prende il ginecologo?"...cioè, in che senso?!!! Non lo so, è quella che ho dato all'INPS per il bonus bebè! Dimostrando inequivocabilmente un neo grosso quanto tutti quelli di Vespa messi insieme).

Insomma, dicevo, è nata Irene e prima o poi farò un post semi-serio sul parto e ciò che è successo dopo. Devo ancora elaborare. In tutti i casi, mentre finalmente ricomicio a scrivere, "moto perpetuo Irene" è qui vicino a me che vi saluta cacciando la lingua (non è già così spiritosa, è che a due mesi i bimbi lo fanno sempre, anche se inevitabilmente quando lo fa a me, io, come una riconglionita, faccio lo sguardo arrabbiato e le dico "Cacci la lingua a mamma?! Disgrazieta maledetta! Nossifa!". Tranquille, lo farete o lo avrete fatto anche voi, ne sono certa!)



Oggi, però, voglio fare un salto indietro nel tempo e raccontare il mio incontro/scontro con il corso pre-parto. Confesso di esserci andata già con molti pregiudizi, memore di tutte le mie amiche impazzite appresso ai gruppi whatsapp dei corsi pre-parto (sì, lo so, ancora devo vedere quelli delle mamme di scuola!). E confesso anche che quando sono andata per iscrivermi e mi hanno detto che erano già al quarto incontro, ma avrei potuto comunque inserirmi in corsa, ho pensato che avevo scansato alla grande la formazione del gruppo whatsapp. Evvai!
Invece, alla fine dell'incontro una della future mamme, la più agguerrita di tutte, ci ferma: "Aspettate! Datemi i numeri che dobbiamo fare il gruppo! Abbiamo sempre rimandato, ma ora dobbiamo farlo!" "Doh!" Mi chiedo ancora adesso perchè abbiano sempre rimandato aspettando il quarto incontro per formarlo. Insomma, non ho avuto scampo. 

E da lì via con "Buongiornissimo" e "Buonanottissima", ma anche domande ansiogene tipo:"Stavo sbucciando le carote e mi è andato a finire un pezzettino di buccia nell'occhio. Ho preso la toxoplasmosi secondo voi?" con la mia risposta sdrammatizzante:"Buahahahah",  convinta che stesse scherzando. Poi ho capito che faceva sul serio e mi sono affrettata a scrivere:"Scusa, ho sbagliato chat!". Oppure una volta mi sono trovata il cell invaso da foto di cassetti aperti pieni di abiti per neonati rigorosamente sterilizzati e incellofanati. Per chi postava le foto mancavano almeno tre mesi al parto, a me ne mancava uno e non avevo manco i cassetti. Giuro. E ricordo anche una sequenza infinita di messaggi vocali e foto di prodotti su come preparare il capezzolo, sì il capezzolo, alla boccuccia dei nostri fantastici bimbetti tanto teneri. Senza pensare che quando hanno fame si trasformano in Regan McNeil e in mancanza di un esorcista nelle vicinanze (in realtà io ce l'avrei, ma questa è un'altra storia), si avvinghiano a qualsasi cosa abbiano a portata di bocca. Dita, ciucci, nasi, guance.  Quindi, tranquille, il vostro capezzolo rimpiangerà i tempi in cui facevate giochi erotici con i vostri compagni! Questo ho evitato di scriverlo nel gruppo. Già avevano mal digerito il mio "buahahaha" sulla questione della carote. 
Ma la volta in cui mi sono sentita veramente una mamma che viene da Marte è quando hanno chiesto:"Ma voi avete preparato il sacco nascita?" Il saccoche??? Lì ho optato per l'aiuto da casa. Ho chiesto ad amiche già mamme e ho scoperto un mondo fatto di cose che voi umani non poreste neanche immaginare. E quando l'ho scoperto mi sono vergognata di me stessa e ho deciso di avvalermi della facoltà di non rispondere.  Per fortuna l'ospedale in cui ho partorito non  prevedeva cambi portati da noi mamme col neo. 

Perchè non ne sono uscita vi chiederete...beh! Credetemi, non è facile. E a dirla tutta ci sono ancora dentro. Perchè poi alla fine ci rincoglioniamo tutte, pur conservando la nostra personalità. Continuo a non rispondere quando si parla di cuscini per l'allattamento e di assorbenti per il capoparto, ma rispondo sempre presente quando ci mostriamo le foto dei nostri tesori. Sarò pure una mamma col neo, ma ho spantecato molto per partorire 4kg di polpume. L'aggia fa' vere'!

p.s. A parte l'ironia, consiglio a tutte e tutti di partecipare al corso di preparazione alla nascita. Non prepara mai veramente alla nascita, ma ti dà l'impressione di farlo. Ed è già un buon inizio.

venerdì 14 giugno 2019

Sarà tutto rose e fiori...comprese le spine!

I capelli sono più lucenti. 
Hai i tratti del viso più morbidi.
Hai la pelle più luminosa.
Hai una luce negli occhi nuova, meravigliosa. 
Hai un sorriso che dice tutto!

Questo, i primi mesi. Anzi, i secondi tre, perchè nei primi tre probabilmente starai vomitando anche l'anima quando meno te lo aspetti, tipo quando passi davanti ad un bar per l'odore del caffè, tu che fino a un momento prima prendevi anche dieci caffè al giorno, tra necessità e compagnia. 

Diciamo che lo stato di grazia è riservato soprattutto tra quarto e sesto mese. Fino a quel momento, per le più fortunate perchè conosco anche chi ha vomitato per tutti e nove i mesi, è tutto rose e fiori.
Devi solo sottoporti a milioni di analisi che ti faranno rimpiangere le zanzare estive per quanto sangue doni alla causa, devi solo prendere un po' di pillole, ma niente di insopportabile: acido folico, vitamine di cui una al sapor di pesce terribile che ti risale come manco i perperoni fritti a mezzanotte (cosa che ho sempre digerito benissimo tra l'altro), ferro. Ma, ripeto, nulla di insopportabile.


Ci sono però cose che, voglio giurarci, non vi hanno mai detto. Dolori di cui non vi hanno riferito e io non vedo l'ora di colmare questa lacuna, perchè una mamma col neo non può pensare che sia tutto splendido splendente, ma deve sapere che di splendente alla fine rimarranno solo i capelli. Forse.

Man mano che il pancione cresce sapete dove si poggerà? Sull'osso pelvico. Si proprio lì! Esattaemente lì da dove uscirà la creatura. Che se volete evitare di pensarci che debba uscire da lì, arrivando incoscienti al fatidico giorno del "respira, spingi, respira, spingi", non è possibile! Avrete un dolore all'osso del pube che vi ricorderà ogni giorno che a breve sarà "lei" la protagonista e non potrete sottrarvi. Ebbene, la prima volta che l'ho provato pensavo di morire. Non riuscivo a camminare, a girarmi nel letto, ad alzarmi dal letto. E ho maledetto tutti coloro che mi dicevano che la gravidanza è uno stato di grazia. E grazie 'e fa' a Maronn'  e io sicuramente non lo sono. 
Ho addirittura visto che al policlinico esiste un centro per il dolore pelvico cronico. Questa cosa mi ha spaventato molto quando l'ho vista. E non ve la racconta nessuno. O, almeno, a me non l'hanno raccontata. 


Nelle ultime settimane, inoltre, soprattutto se si partorisce col caldo,  mantenere una certa femminilità  sia nell'abbigliamento che nella camminata è un'impresa ardua assai. Ti senti un giglio alzato da ubriachi (consentitemi l'omaggio ai miei amici barresi). I piedi che hai cercato anche di curare  per averli pronti al sandalo estivo, ora vorresti coprirli con le tue adorate Dr. Martens viola invernali che ormai non ti entrano più: non sono piedi gonfi, sono delle zampogne vergognose che non sai come nascondere. E non lo fai  sia perchè per la panza non riesci più ad allacciarti le scarpe e poi  perchè il caldo ti fa perdere ogni inibizione. Senza scuorno proprio. Porti in giro piedi e caviglie a palla come se fossero quelli di Charlize Theron. Tanto ti hanno detto che la gravidanza è uno stato di grazia. Quindi puoi permetterti tutto. Ma siamo proprio sicure?

In tutto ciò non ti senti un'eroina a sopportare tutto ciò, solo una da compiacere, e i veri eroi sono i nostri compagni che ci vedono belle anche così. Confermandoti che la paternità rincoglionisce almeno quanto la maternità e la nonnità.

Per quanto riguarda noi, invece, voglio dedicarci una citazione del grande Enzuccio Avitabile:"P'ammore d'a rosa, si sopportan'e spine..."
Nulla di più vero, amiche mie. Nulla di più vero.